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Viale della Rimembranza

Alla fine della Grande Guerra tutti i Paesi usciti dal conflitto istituirono riti e solennità civili in ricordo dei Caduti. La necessità di costruire una ‘memoria di guerra’ era determinata dalle dimensioni stesse del lutto poiché tra il 1914 e il 1918 una intera generazione venne cancellata superando per drammaticità e complessità ogni esperienza bellica precedente.

Da allora sono passati più di cento anni e il ricordo dei Caduti e dei dispersi vive silenzioso non solo nei nomi incisi nel marmo o fusi nel bronzo dei tanti monumenti realizzati in loro onore ma anche tra i rami e le radici degli alberi dei Parchi e Viali della Rimembranza, realizzati subito dopo la fine della Grande Guerra, uno per ogni Caduto, il cui compito doveva essere quello di mantenere viva la memoria dei tanti soldati morti in guerra nella freschezza e nella giovinezza di piantine affidate al nutrimento della terra e alla protezione della natura, allo stesso tempo custodi di memoria e commozione e simbolo di rinascita.

Anche ad Ancarano, oltre ad un piccolo monumento all’interno del cimitero comunale, è presente un Viale della rimembranza realizzato in onore dei quindici Caduti e dispersi della frazione con la piantumazione di alberi della memoria a partire dalla chiesa di San Benedetto – oggi ridotta a rudere dal sisma del 2016 – fino al cimitero frazionale.

Grazie al progetto ‘Per non dimenticare la Grande Guerra della Valnerina e di Spoleto’ del Consorzio BIM, la Comunanza Agraria di Ancarano nell’agosto 2019 ha voluto ripristinare le targhe metalliche con i nominativi dei Caduti e dispersi della frazione andate perse nel tempo. Questi i loro nomi: Antonio Allegrini, Nello Amici, Guido Antonelli, Attilio Attili, Armando Capparelli, Pietro Capparelli, Pietro Cesqui, Lodovico Felici, Valentino Marinucci, Palmiro Felici, Alfredo Franchi, Ernesto Franchi, Giuseppe Romanelli, Augusto Santi.

Per saperne di più: www.pernondimenticarelagrandeguerra.it

Santuario di Ancarano (Sito Archeologico)

A 1008 metri sul livello del mare, nel passo di Forca di Ancarano, sono stati rinvenuti resti di un santuario databile tra il  VI secolo a.C. e la metà del I secolo a.C.. Si tratta di un santuario d’altura di tipo italico, della tipologia diffusa in Umbria e nella Sabina, caratterizzato dalla vicinanza di un recinto fortificato, di un corso d’acqua e di tombe emergenti.

Il santuario inizia ad essere utilizzato nel VI sec. a.C. L’area veniva frequentata come luogo di incontro per i commerci, feste e avvenimenti comunitari, lungo la principale via di comunicazione tra le due vallate di Santa Scolastica e della Valcastoriana, nel crocevia che collegava da un lato Camerino e dall’altro Ascoli Piceno. L’ubicazione lungo vie di comunicazione e traffici commerciali di rilevante importanza per la regione ne ha favorito l’utilizzo per lunghi secoli. Dopo che la Sabina viene conquistata dai romani nel 290 a.C., questo luogo viene frequentato ancora almeno fino al I sec. a.C. quando ancora vengono offerti alla divinità monete e oggetti in terracotta. Dopo questo periodo il santuario viene abbandonato. Ultima testimonianza di frequentazione del luogo è la base di una piccola struttura templare datata al II sec. d.C. circa. La de-funzionalizzazione del luogo di culto è attestata dall’abbandono definitivo di alcuni edifici abitativi sul terrazzamento sovrastante attestati negli scavi dell’Ottocento di Mariano Guardabassi.

Il santuario è costruito con un sistema di terrazzamenti. Un recinto fortificato, costituito da mura a secco, delimitava una grande area aperta. Sul lato nord-est, all’esterno di tale recinto, vi era l’area sacra, in cui sorgeva il sacello templare (edificato alla fine del IV sec. a. C.) e in cui sono state rinvenute diverse fosse votive. Nella medesima area gli scavi ottocenteschi hanno messo in luce anche una piccola necropoli, formata da cinque tombe. Il luogo di culto era protetto a nord-est e a sud da un corso d’acqua; nelle vicinanze era presente una sorgente.

I primi scavi risalgono alla fine dell’Ottocento (precisamente 1878 e 1880) e furono effettuati da Mariano Guardabassi. Si identificarono un santuario ed una piccola necropoli. Gli scavi successivi furono condotti da Manconi e De Angelis nel 1987 e ancora nel 1979 da Schippa. Negli scavi del 1994 e in quelli clandestini del XX secolo si scoprirono altri strati che chiarirono la funzione del santuario di tipo italico.  Nel 2011 fu effettuato un nuovo scavo ad opera della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria in una parte dell’area a est, oltre il tempio. In questo scavo si rinvenne una serie di piccole fosse votive con frammenti di ceramica e ossa di piccoli animali. Si tratta nello specifico di dodici fossette circolari (20/40 cm di diametro) erano scavate in un terreno argilloso, rivestite con terra pressata e delimitate da pietre di varie dimensioni. In alcune fosse sono stati rinvenuti oltre ai frammenti ceramici anche piccole parti di metallo. Le fosse votive erano probabilmente state utilizzate per onorare gli dei attraverso sacrifici e doni. I materiali ceramici rinvenuti erano tipici dell’Italia centrale di epoca ellenistica (tra il IV e il III sec. a.C.).[1]

Gli scavi che sono stati effettuati nel corso del tempo dalla fine dell’Ottocento al 2011 hanno portato alla luce diversi materiali.   La maggior parte sono considerati doni votivi: statuette in bronzo (in lamina intagliata o in bronzo fuso, di tipo umbro-sabellico o di tipo etrusco, raffiguranti anche il Marte italico o divinità femminili con melograno); piccoli scudi in bronzo; accette in ferro; utensili in ferro; fibule di bronzo; ornamenti femminili; abbondanti reperti ceramici d’impasto e in vernice nera di produzione etrusca e laziale; aes rudes, pre-monete di diverse forme di interpretazione incerta; monete di età repubblicana; oggetti in terracotta; due pocula con iscrizioni dipinte di tipo arcaico dedicate a divinità romane in questo caso in particolare a Vulcano e Mercurio (divinità legate a varie attività tra cui quelle artigianali, commerciali e politiche).

Questi materiali sono esposti nel Museo archeologico nazionale dell’Umbria.

Per saperne di più: https://bollettinodiarcheologiaonline.beniculturali.it/wp-content/uploads/2018/12/2011_2_3_MANCONI_CARDINALI.pdf

Ruderi Monastero di San Pietro di Valle Ceresia

Sorgeva sopra l’attuale abitato di Pielarocca, ancora oggi i suoi abitanti lo ricordano come Monastero di San Pietro. Non si conosce in quale periodo sia sorto l’antico grande complesso fortificato, forse intorno all’anno mille; la carenza di documentazione non consente di affermare con certezza la presenza di un preesistente castello, come è probabile per la favorevole posizione strategica del sito, la presenza di avanzi di fabbriche non propriamente religiose, lo stesso toponimo “Piè la Rocca” del borgo allocato a valle e la memoria di una torre da parte degli abitanti del luogo.

Al suo interno era allocato il priorato benedettino di San Pietro e la chiesa romanica di Santa Maria de Antiqua o Vetere, dipendeva dalla vicina abbazia di Sant’Eutizio.

Mancano documentazioni fino al finire del secolo XIII, quando lo si trova menzionato nelle carte d’archivio come “S. Pietro de Monte Ancarano“, “S. Pietro de Rocca Ancarano“, “S. Pietro de Valle Ceresia“, “S. Pietro de Monte Ceraso“.


Nel secolo XIV il monastero dipendeva dal Capitolo della Basilica Vaticana di Roma al quale, infatti, era corrisposto un censo annuale. Nel secolo XV divenne beneficio commendatario, molto ambito dagli ecclesiastici locali e, da una bolla risalente al 1414 si apprende che nel monastero vivevano nove monaci sotto la guida del Priore Frate Teodino.

Nel 1438, dopo che Francesco Sforza si era impadronito della Valle Castoriana il recupero di quella parte del dominio comunale fu vistosamente annunciato da una fumata in partenza dalla torre di San Pietro.
Papa Nicolò V, nel 1449, unì l’insediamento monastico al Monastero di San Benedetto in Norcia: nel 1590 il luogo fu definitivamente abbandonato, anche se la chiesa di Santa Maria Vetere, pur in decadenza e non più officiata, era ancora in piedi nel 1713, al momento della visita pastorale dell’arcivescovo di Spoleto, Carlo Giacinto Lascaris, che la descrive, già titolata a San Pietro, con un altare a lui dedicato e ornato da una sua statua lignea, con ai lati affrescate le figure di San Paolo e Sant’Andrea.

L’altare minore era dedicato alla Madonna. In tale periodo la chiesa dipendeva dall’Abbazia di Sant’Eutizio ed il beneficio era ancora goduto dal vicario dell’Abate, Don Nicola Accica.

Del luogo rimangono oggi una possente muraglia che scende da monte a valle in linea dritta costruita con grosse pietre irregolari; vi si trova una larga apertura, ove presumibilmente si trovava ingresso fortificato, forse una porta ad arco che dava accesso all’interno.

È ben visibile ancor oggi l’antica fonte, mentre sono difficilmente riconoscibili gli altri ambienti.
Appena fuori dalla cinta muraria si trova la piccola chiesa della Madonna di San Pietro.
Il piccolo edificio, crollato a seguito del terremoto del 2016, conteneva al suo interno un’immagine cinquecentesca raffigurante la Madonna col Bambino tra i Santi Rocco e Sebastiano.

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Chiesa S, Antonio Abate Foto: Lorenzo Attili

Chiesa di Sant’Antonio Abate

La piccola Chiesa di Sant’Antonio Abate, edificata nel XIV, addossata alla roccia, è sulla via che sale a Castelfranco.  Ha una fronte completamente affrescata, protetta da una tettoia, una porta archiacuta già ornata di due protomi leonine, ora scomparse, sulla cui serraglia (elemento centrate tra quelli che formano la volta dell’arco) sono riportati incisi una croce con a lato due motivi geometrici un oculo e due finestrelle in basso.
Gli affreschi rappresentano un Cristo benedicente tra due angeli, San Giovanni Battista e San Giovacchino, l’Agnello Crucigero e San Cristoforo, sotto cui si notano tracce di pitture più antiche.

L’interno della Chiesa di Sant`Antonio è un vano unico sorretto da due arconi voltati su pilastri cinquecenteschi. A sinistra edicola con l’Eterno e l’Annunciazione, e altri Santi sulla parete vicina.
Poi un altare ligneo molto malridotto. L’altare maggiore divide il presbiterio dalla sagrestia mediante due grate lignee. Dentro la mostra, tela con Sant’Antonio Abate, affiancata da otto episodi della sua vita e tre incantevoli scene nelle quali si riconoscono le categorie più legate al culto del santo: i mulattieri, gli aratori e i pastori. Sulla parete di destra, dalla parte dell’altar Maggiore altro altare ligneo con sopra un affresco molto deperito con Madonna con Bambino, Madonna con Bambino, Sant’Antonio Abate, a sinistra una Crocifissione anch’essa malridotta. Altri affreschi di difficile lettura sul pilastro, parzialmente coperti da un ex voto, sulla faccia destra dello stesso altri affreschi di buona mano, ma molto deperiti.
In controfacciata, Sant’Antonio Abate, affresco del 1514. In un annesso sulla destra della chiesa si intravedono altre tracce di affreschi.

La chiesa è inagibile in seguito agli eventi sismici del 2016 e tutto l’insieme meriterebbe un urgente restauro.

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Chiesa di San Matteo

La Chiesa di San Matteo a Piè del Colle di Ancarano, risale al XV secolo e presenta una facciata umile, semplice e dismessa. Gli interni, ristrutturati nel 1993, hanno riportato alla luce gli affreschi della testata su cui era addossato l’altare, ora scostato dal muro.

Altri affreschi frammentari del secolo XV affiorano sulle pareti, sul muro di sinistra Santa Lucia (?) tra due raffigurazioni di San Sebastiano.

A sinistra dell’altare è raffigurata una Deposizione della fine del trecento, tra un Santo Vescovo e una Madonna con Bambino; al di sotto, si sussegue una teoria di Santi, tra cui Giacomo Maggiore, Vincenzo Ferrer, Bernardino da Siena (1466), di Antonio Sparapane (il quale dipinse lì vicino anche una Madonna con Bambino nel 1468).

La mostra lignea dell’altare è dei primi del Seicento, il dipinto è in restauro.

Alla sommità, piccola tela con la Crocifissione, di buona fattura. Il paliotto in scagliola del sec. XVIII è di provenienza aliena. A destra dell’altare una bella nicchia affrescata raffigurante la Madonna della Misericordia tra San Matteo e Sant’Antonio da Padova.

Nel sottarco si distinguono i Santi Sebastiano e Rocco (replicati anche sul fronte, accanto ad una Madonna), Antonio da Padova e Antonio Abate, Cristo coronato di spine e un`altra figuretta, tutti da attribuire a Francesco Sparapane e fratelli (che li eseguirono nel 1526, data di calamità scritta sotto Antonio Abate); furono forse dipinti su una cappellina più antica, successivamente adottata a ripostiglio e liberata negli anni 80.
La vasca presso la porta laterale, incisa a coste e a punte di diamante, poggiante su un blocco di pietra sagomata, probabile elemento di fonte romana. Era il fonte battesimale della Chiesa di Santa Maria di Castelfranco e fu adoperata come bacino di una fonte pubblica negli anni passati.

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Chiesa San Benedetto

Chiesa di San Benedetto

Già in precarie condizioni e spoglia del suo già ricco arredo, è crollata dopo il terremoto del 2016.

La chiesa risaliva al XIV secolo ed  è citata nel trecentesco codice Pelosius con un censo, non trascurabile, di 22 libbre e aveva ereditato i titoli di parrocchiale già di Santa Maria Vetere. Dipendeva dal monastero di San Benedetto di Norcia.

Originariamente era a due navate, ma con il terremoto del 1703 subì ingenti danni, con il crollo della facciata e fu ricostruita a navata unica. Il vescovo Lascaris, nel corso della visita pastorale del 1712, la descrive dotata di sei altari.

 Prima del crollo dovuto al sisma del 30 ottobre 2016 la facciata aveva due porte, sovrastate da due finestroni e da un timpano decorati a stucchi; tra le due porte si trova una grande croce in ferro, a ricordo della missione dei padri passionisti del 1926, montata sopra un cippo funerario romano del I secolo d. C., ora non più in sito.
All’interno, Su uno dei due altari della parete di fondo si trovava una tela raffigurante la Madonna del Rosario, opera di Vincenzo Manenti, ora conservata al Museo diocesano di Spoleto.

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Chiesa della Madonna Bianca

Prende il nome dalla grande statua di marmo bianca venerata fin dall’antichità, molto cara alla devozione popolare e custodita al suo interno fino agli eventi sismici del 2016 che l’hanno resa inagibile.

Non si conoscono date precise in merito alla costruzione della chiesa, ma l’edificio romanico originario era orientato diversamente, come dimostra il portale trecentesco, probabilmente ad una sola navata, con volta a botte, similmente ad altre chiese della zona. L’edificio originario subì un primo ampliamento nel XIV secolo, probabilmente dopo la distruzione di Castelfranco, ed un successivo alla fine del XV secolo con modificazione dell’orientamento.

La facciata, che guarda verso la Vallecastoriana, ha un portale di foggia tardo gotica, opera di maestri marmorai lombardi; a fianco, un’edicola esterna è decorata di affreschi della bottega degli Sparapane, raffiguranti la Madonna in trono con Bambino tra i santi Bernardino e Sebastiano; sulle vele della piccola crociera i Quattro Evangelisti. Dello stesso periodo è l’aggiunta della seconda navata.

Il portichetto a sette archi, coperto da volte a crociera sorrette da esili colonnine, che si apre sul lato lungo verso la strada, dovrebbe essere un’aggiunta della fine del XV secolo; è pavimentato a “schiazze”, ossia formato da un basolato di lastre rettangolari di varia misura e di diverse tonalità di colore che lo fanno sembrare macchiato, da cui il termine dialettale schiazze (macchie). Allo stesso periodo risale la torre campanaria. Di fronte alla facciata è stato poi aggiunto un portico rinascimentale, del secolo XVI.

L’interno della chiesa è oggi a due navate separate da quattro colonne e due grandi archi su cui poggia il tetto. La copertura originaria utilizzava volte a crociera, poi sostituite dall’attuale a pianelle. Sulla sinistra un fonte battesimale poligono e un’acquasantiera tardo quattrocentesca, decorata con mascheroni e teste di cherubini.

Di fianco le scale per accedere alla torre campanaria. Appena a seguire un altare dove, prima del sisma del 2016, erano presenti due statue lignee cinquecentesche, raffiguranti San Sebastiano e San Rocco, molto venerati perché ritenuti protettori dalla peste e dal colera; in alto due riquadri con l’Annunciazione. Il presbiterio è a pianta quadrata, sollevato di due gradini e coperto con volte a crociera.

Nella cappella di sinistra del presbiterio, in una nicchia lignea quadrata, sorretta da due pilastri scolpiti a candeliera come quelli dell’attiguo tabernacolo, inserito in una mostra con sportelli e base decorati nel 1513, opera dei Seneca di Piedivalle, dominava il Crocefisso ligneo di Benedetto da Maiano, scultore e architetto fiorentino attivo nella seconda metà del Quattrocento, noto come uno dei maggiori artisti del rinascimento toscano. L’opera è di splendida fattura, pur nella compostezza del corpo martoriato, sul volto reclinato dell’agonizzante si concentra un’espressione di intenso dolore.

La cappella di destra del presbiterio ha sull’altare un’edicola marmorea del sec. XV, nel cui interno è stato inserito un tabernacolo ligneo del 1511, opera forse dei Seneca di Piedivalle, realizzato per ospitare la Madonna Bianca, un altorilievo in marmo del sec. XV che si staglia su fondo azzurro, attribuito al seguace del Verrocchio Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, eseguito nel 1488, a testimonianza degli intensi rapporti commerciali di quest’area della Valnerina con la Toscana. Sembra che in origine questa Madonna altro non fosse che l`allegoria della Carità (identificazione data dall`attributo del vasetto fiammeggiante tenuto in mano); poi vi fu adattata la colomba dello Spirito Santo e la cornice. Attualmente la statua della Madonna Bianca si trova al deposito di Santo Chiodo di Spoleto, dove sono stati portati, all’indomani dei devastanti eventi sismici del 2016,  tutti i beni culturali per il restauro – se necessario – e in attesa di poter tornare nelle comunità di provenienza non appena verranno ripristinate le condizioni di sicurezza  nei luoghi di origine.

La statua della Madonna Bianca è molto venerata dagli abitanti del luogo. Gli sportelli che chiudevano l’immagine sono dipinti da Giovambattista da Norcia su entrambi i lati, a edicola chiusa si vedono gli apostoli Pietro e Paolo, a edicola aperta due angeli adoranti. Nell’ultima colonna, tra le due cappelle a volta del presbiterio, è raffigurata una Crocifissione datata 1521.

La parete destra della chiesa conserva un ricco ciclo di affreschi. Attorno al portale trecentesco, in alto Santa Chiara con libro in mano, San Rocco, San Sebastiano, San Francesco, di fianco in basso Santo con ostia, Santa Caterina, S. Amico patrono dei boscaioli col lupo a guinzaglio, Madonna in trono con Bambino, Madonna del latte, in alto, frammentaria e di difficile lettura forse un’Annunciazione, altra Madonna con Bambino.

A seguire gli affreschi proseguono su doppio registro: le scene di quello superiore sono ispirate alla vita della Madonna, quelle dell’inferiore a particolari devozioni. Si tratta di una specie di antologia pittorica riconducibile alla cultura locale, che tendeva a reiterare elementi figurativi più antichi. Nel registro inferiore, in cui si ravvisa lo stile popolare abruzzese di Domenico da Leonessa, dirigendosi verso l’uscita della chiesa: Madonna con Bambino, San Tommaso d’Aquino, Madonna con Bambino, San Sebastiano, Madonna con Bambino, San Sebastiano, Cartiglio delle indulgenze, che ricorda le indulgenze concesse dai pontefici alla chiesa di “Santa Maria della Nuntiata”, in tutto ben 4760 anni di “risparmio” dalle pene del purgatorio, Madonna in Trono con Bambino, il Bambino reca in mano un uccello e al collo la collana di corallo con cui si preservavano i bimbi dal malocchio, San Francesco e Santa Chiara, Madonna del latte, iconografia cara alle mamme e alle nutrici, Madonna con Bambino, curiosamente vestito secondo la moda dell’epoca.

Sul registro superiore, risalendo verso il presbiterio scene ispirate alla vita della Madonna, opera di Antonio Sparapane: Sposalizio della Vergine con sotto la scritta QUANDO LA NOSTRA DONNA FO SPOSATA DA JOSEPPE, Annunciazione, con sotto la scritta QUANDO LA NOSTRA DONNA FO ANNUNZIATA DALL’ANGELU GABRIELE, Madonna in Trono con Bambino tra due angeli, con sotto la scritta QUISTU LAURU FU FATTU 1476, Presentazione di Gesù al Tempio, con sotto la scritta QUANDO LA NOSTRA DONNA FO OFFERTA ALLU TEMPIU, Transito della Vergine, con sotto la scritta QUANDO NACQUE LA NOSTRA DONNA.

Gli episodi sono rappresentati con stile popolaresco ed ingenuo, specialmente il Transito della Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio, più curati e di buona qualità l’Annunciazione e lo Sposalizio della Vergine. Tornando verso la porta d’ingresso a destra due affreschi di difficile lettura, datati 1507 e raffiguranti la Madonna col Bambino e la Resurrezione di Lazzaro.

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Castelfranco

Il comune di Norcia nel 1370, per non lasciare incustodita una zona di vitale importanza come quella della Vallecastoriana – importante snodo e via di comunicazione –  decise di edificare il Castello di Castelfranco obbligando gli abitanti di Capo del Colle a trasferirsi in questo nuovo centro.

L’origine del suo nome deriva dalla esenzioni fiscali di cui avrebbero goduto coloro che qui vi fossero insediati.
Ma la vita di Castelfranco fu piuttosto breve sia perché non vi fu un concreto trasferimento, in quanto risultava esser stato costruito in territorio impervio e scomodo da raggiungere, sia per i continui attacchi sferrati dalle truppe di Francesco Sforza che riuscì anche ad occuparlo nel 1438 e successivamente nel 1452 fu assaltato da bande di fuorusciti nursini.

Oggi, nonostante il sisma del 2016,  sono ancora ben visibili le suggestive rovine di questo luogo fortificato, tra cui i resti della porta di accesso  ad arco gotico che si apre alla base dell’unica torre rimasta, che conserva due archi sovrapposti. A difesa della porta, dove si congiungono le mura che racchiudono le rovine della fortezza, è posto anche un rinforzo poligonale con feritoie, esempio unico nella zona.

All’interno del castello sorgeva la chiesa di Santa Maria, ed è ancora aggrappata alla parete rocciosa ma pressoché diroccata: rimane solo il portale d’ingresso decorato sormontato da un agnello crucigero, su di un pilastro, si notano ancora resti di affreschi e nell’abside è visibile una Madonna con Bambino.

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