Cosa fare o vedere
ad Ancarano

Chiesa di San Benedetto

Già in precarie condizioni e spoglia del suo già ricco arredo, è crollata dopo il terremoto del 2016. La chiesa risaliva al XIV secolo ed  è citata nel trecentesco codice Pelosius con un censo, non trascurabile, di 22 libbre e aveva ereditato i titoli di parrocchiale già di Santa Maria Vetere. Dipendeva dal monastero di San Benedetto di Norcia. Originariamente era a due navate, ma con il terremoto del 1703 subì ingenti danni, con il crollo della facciata e fu ricostruita a navata unica. Il vescovo Lascaris, nel corso della visita pastorale del 1712, la descrive dotata di sei altari.

 Prima del crollo dovuto al sisma del 30 ottobre 2016 la facciata aveva due porte, sovrastate da due finestroni e da un timpano decorati a stucchi; tra le due porte si trova una grande croce in ferro, a ricordo della missione dei padri passionisti del 1926, montata sopra un cippo funerario romano del I secolo d. C., ora non più in sito. All’interno, Su uno dei due altari della parete di fondo si trovava una tela raffigurante la Madonna del Rosario, opera di Vincenzo Manenti, ora conservata al Museo diocesano di Spoleto.

Chiesa San Benedetto

Chiesa della Madonna Bianca

L’unica grande festa religiosa della comunità è quella dedicata alla Madonna e viene fatta i 15 agosto presso il grande santuario mariano della Madonna Bianca.

La festa è preceduta la sera prima da una processione con la statua della Madonna e tanto di banda musicale che, partendo da Pielarocca e toccando tutti gli altri nuclei abitati della zona, rientra quando è ormai buio nella Chiesa della Madonna Bianca accompagnata dalla banda musicale. 

Durante il suo tragitto la processione si ferma in tutte le chiese ed i luoghi di culto per poi terminare con una breve funzione religiosa ed una cena organizzata dalla locale Pro-Loco.

Castelfranco

Il comune di Norcia nel 1370, per non lasciare incustodita una zona di vitale importanza come quella della Vallecastoriana – importante snodo e via di comunicazione – decise di edificare il Castello di Castelfranco obbligando gli abitanti di Capo del Colle a trasferirsi in questo nuovo centro. L’origine del suo nome deriva dalla esenzioni fiscali di cui avrebbero goduto coloro che qui vi fossero insediati. Ma la vita di Castelfranco fu piuttosto breve sia perché non vi fu un concreto trasferimento, in quanto risultava esser stato costruito in territorio impervio e scomodo da raggiungere, sia per i continui attacchi sferrati dalle truppe di Francesco Sforza che riuscì anche ad occuparlo nel 1438 e successivamente nel 1452 fu assaltato da bande di fuorusciti nursini.

Oggi, nonostante il sisma del 2016, sono ancora ben visibili le suggestive rovine di questo luogo fortificato, tra cui i resti della porta di accesso  ad arco gotico che si apre alla base dell’unica torre rimasta, che conserva due archi sovrapposti. A difesa della porta, dove si congiungono le mura che racchiudono le rovine della fortezza, è posto anche un rinforzo poligonale con feritoie, esempio unico nella zona. All’interno del castello sorgeva la chiesa di Santa Maria, ed è ancora aggrappata alla parete rocciosa ma pressoché diroccata: rimane solo il portale d’ingresso decorato sormontato da un agnello crucigero, su di un pilastro, si notano ancora resti di affreschi e nell’abside è visibile una Madonna con Bambino.

Chiesa S, Antonio Abate Foto: Lorenzo Attili

Chiesa di Sant’Antonio Abate

La piccola Chiesa di Sant’Antonio Abate, edificata nel XIV, addossata alla roccia, è sulla via che sale a Castelfranco.  Ha una fronte completamente affrescata, protetta da una tettoia, una porta archiacuta già ornata di due protomi leonine, ora scomparse, sulla cui serraglia (elemento centrate tra quelli che formano la volta dell’arco) sono riportati incisi una croce con a lato due motivi geometrici un oculo e due finestrelle in basso.
Gli affreschi rappresentano un Cristo benedicente tra due angeli, San Giovanni Battista e San Giovacchino, l’Agnello Crucigero e San Cristoforo, sotto cui si notano tracce di pitture più antiche.

L’interno della Chiesa di Sant`Antonio è un vano unico sorretto da due arconi voltati su pilastri cinquecenteschi. A sinistra edicola con l’Eterno e l’Annunciazione, e altri Santi sulla parete vicina.
Poi un altare ligneo molto malridotto. L’altare maggiore divide il presbiterio dalla sagrestia mediante due grate lignee. Dentro la mostra, tela con Sant’Antonio Abate, affiancata da otto episodi della sua vita e tre incantevoli scene nelle quali si riconoscono le categorie più legate al culto del santo: i mulattieri, gli aratori e i pastori. Sulla parete di destra, dalla parte dell’altar Maggiore altro altare ligneo con sopra un affresco molto deperito con Madonna con Bambino, Madonna con Bambino, Sant’Antonio Abate, a sinistra una Crocifissione anch’essa malridotta. Altri affreschi di difficile lettura sul pilastro, parzialmente coperti da un ex voto, sulla faccia destra dello stesso altri affreschi di buona mano, ma molto deperiti.
In controfacciata, Sant’Antonio Abate, affresco del 1514. In un annesso sulla destra della chiesa si intravedono altre tracce di affreschi. La chiesa è inagibile in seguito agli eventi sismici del 2016 e tutto l’insieme meriterebbe un urgente restauro.

Sfasciare il malocchio

Nelle zone dove tale credenza è ancora diffusa perlopiù donne anziane sostengono di poter diagnosticare l’eventuale presenza del malocchio applicando una curiosa procedura: una goccia d’olio viene lasciata cadere in un piatto contenente acqua. A seconda che la goccia d’olio resti a galla nel piatto o apparentemente scompaia se ne traggono conclusioni circa l’eventuale presenza del malocchio.

Gioco della morra

La Morra è un gioco praticato dagli uomini fin dall’antichità e da sempre viene praticato nelle serate estive soprattutto dagli anziani del paese davanti alla locale osteria. Le grida dei giocatori che buttano i numeri riecheggiano in tutta la vallata.

Passatella

La passatella è un gioco da osteria che ha le sue origini addirittura nella Roma antica.

Come si gioca: acquistata collettivamente una damigiana di vino ci si sedeva in gruppo ad un tavolo. Con una conta si eleggeva il Capo ed il Sottocapo i quali decidevano per primi – per via gerarchica – un compagno cui passare il recipiente, in base ad una motivazione narrata con una filastrocca spesso improvvisata.

Scopo del gioco era far sì che il vino fosse consumato da tutti i partecipanti tranne uno detto l’Ormo, deformazione romanesca dell’albero dell’olmo, allo scopo di umiliare una persona caduta in disgrazia o lo zimbello del gruppo, che viene appunto fatto Ormo.

Il calendario delle cipolle

La notte tra il 24 era usanza prendere una cipolla e tagliarla in 12 spicchi, che rappresentavano i dodici mesi dell’anno, cospargerli di sale e si posizionarli su un tagliere sul davanzale della finestra rivolto ad oriente, per tutta la notte. All’alba del 25 gennaio, si prende il tagliere e si procede con la lettura: a seconda che il sale sia sciolto o meno, si può prevedere se durante l’anno vi sono precipitazioni o clima secco.